forex tasse trading

La normativa fiscale sul forex in Italia ha subito diverse modifiche negli ultimi anni, sia come oggetto di imposizione fiscale sia come aliquota di tassazione.

Fino al 2011 infatti la plusvalenza che era assoggettata a tassazione era quella generata dalla cessione di valute provenienti da depositi e conti correnti con giacenza media pari o superiore a 51.645,69 euro per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta in cui la plusvalenza stessa era realizzata. Chiaramente tramite l’escamotage dei 7 giorni lavorativi continui si poteva evitare di pagare tasse sugli utili valutari, offrendo in questo modo al forex un enorme vantaggio competitivo rispetto ad altre operazioni di carattere finanziario.

L’Agenzia delle Entrate però, nel 2011, colmò questa anomalia indicando nel 20% l’imposta da pagare sulle plusvalenze di natura valutaria, aliquota passata poi nel 2014 al 26% a partire dal 1 luglio.

Attualmente quindi un trader pagherà le tasse sul guadagno conseguito dall’ammontare totale delle operazioni effettuate in un certo anno solare, guadagno inteso come differenza tra utili e perdite da attività di compravendita.

Tasse: Regime dichiarativo o Regime Amministrato?

Ogni soggetto potrà scegliere tra il regime dichiarativo e quello amministrato, una differenza di non poco conto come vedremo tra poco.

Qualora la scelta ricadesse nel dichiarativo, sarà il trader a doversi sobbarcarsi l’onere di indicare in dichiarazione dei redditi l’ammontare di imposta da pagare (il famoso 26% sull’utile conseguito).

Se invece si optasse per il regime amministrato, è l’intermediario finanziario (in caso di trading online sul forex il broker) a calcolare ed eventualmente versare le imposte per conto del trader (oppure a certificare il credito d’imposta).

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Apparentemente non cambia nulla per il contribuente, ma non è così.

Se un trader effettua infatti molte operazioni, il regime amministrato potrebbe essere il più indicato visto l’onere amministrativo a carico dello stesso investitore per adempiere a tutti gli obblighi fiscali. Il regime dichiarativo appare invece il più indicato per coloro che svolgono poche operazioni di trading.

Vediamo come Funziona

Vediamo un esempio concreto con cui chiarire questa questione. Supponiamo di essere un trader che effettua due operazioni nel corso di un anno, la prima in utile di 100 e la seconda in perdita di 50.

Nel caso venga adottato il regime dichiarativo, ciù che verrà tassato in dichiarazione dei redditi sarà la differenza tra gli utili e le perdite, quindi in questo caso il 26% verrà applicato a 50 (13 di tassazione con un utile netto di 37).

Se invece il trader adotta il regime amministrato, dopo la prima operazione in utile di 100, il broker o intermediario applicherà la ritenuta del 26% liquidando il netto di 74 al cliente con una tassazione di 26.

La perdita che viene generata dalla seconda operazione, 50, rappresenterà un credito d’imposta che andrà a scontare futuri utili, ma il bilancio totale dell’anno (supponendo di fare solo queste due operazioni) sarà di 74-50= 24.

Cosa scegliere?

Quindi con il regime dichiarativo avremo un utile netto a fine anno di 37, con quello amministrato un utile netto di 24 con credito d’imposta di 50. In questo secondo caso perché bisogna sempre tenere presente l’eventualità che il trader chiuda il conto detenuto presso il broker (perdita di capitale, inattività, ecc.) ed il conseguente credito d’imposta rischierebbe di essere perso per sempre.

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Ecco perché, per operatività poco spinte, il regime dichiarativo appare la scelta migliore.

 

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